Mà Ignazio IBO Bonadonna

M° Ignazio "Ibo" Bonadonna D.T. Nazionale Karate Kenpokai

 

 

Cenni Storici

Quantunque non ben definita sia la linea di confine fra leggenda e realtà, si narra che già nell’India di circa 5000 anni fa, esistesse un primordiale sistema codificato di combattimento a mani nude, che veniva tramandato da padre in figlio, affinché lo stesso potesse continuare a vivere ed evolversi nel tempo.
Naturalmente era soltanto una cerchia ristretta di fortunati che poteva essere iniziata al combattimento a mani nude, che soltanto difficilmente veniva insegnato a chi non fosse legato al Maestro da strettissimi vincoli di parentela o di amicizia.
Quello che viene oggi ricordato come l’antico Kenpo Indiano, intorno al 520 d.C. venne portato in Cina da Bodhidharma, caposcuola del Buddismo Chan (“Zen” in giapponese), che si era recato presso il Tempio Shaolin della provincia nord-cinese di Honan, per diffondere la sua dottrina.
Presto si rese conto di quanto deboli ed indifesi fossero i Monaci, cosicché, ritiratosi in meditazione in una caverna (si dice per 9 anni), e forte degli insegnamenti marziali del padre, il Re indiano Sughandha, mise a punto un sistema di tecniche di lotta a mani nude ed esercizi fisici e mentali, che rinforzassero il fisico e fortificassero lo spirito, cosicché ben presto non successe più che i Monaci venissero assaliti e derubati di quel poco che possedevano; piuttosto, in breve tempo, in tutta la Cina, essi, si crearono la fama di formidabili lottatori. 
Successivamente, anche uomini non religiosi, chiedevano di essere ammessi al Tempio ed essere iniziati alla pratica dello Shaolin Kenpo, anche se, tuttavia, soltanto pochi eletti, fra questi, ottenevano questo onore, dopo comunque avere superato difficili prove imposte, che mettevano a dura prova, fisica e mentale, l’individuo.
Da allora in avanti, lo Shaolin Kenpo si evolse in tutti i suoi aspetti e durante la Dinastia dei Ming (1368 – 1644), sotto la quale  la Cina raggiunse un alto grado di splendore, era molto ben visto dal Governo Imperiale al potere, che aveva degli Shaolin un’alta considerazione.
Tutto cambiò, quando con la forza, alla dinastia dei Ming, successe al potere quella della fazione in opposizione a questa; quella dei Ching (1644 – 1911), la quale, nemica della dinastia decaduta, si considerò apertamente nemica anche di quanti avevano appoggiato fino a quel momento i Ming; Monaci Shaolin compresi.
Iniziò così un periodo di dittatura, di persecuzione e di terrore, che portò anche alla distruzione del Tempio Shaolin di Honan e non solo di quello, che era nel frattempo diventato rifugio di chi fuggiva dagli oppressori e di quanti si riunivano in società segrete contrarie al regime.
Ciò contribuì in modo sensibile alla diffusione del Kenpo Cinese, visto che era aumentato il numero dei laici che entravano in contatto con i Monaci.
In seguito alla distruzione del Tempio Shaolin  della provincia di Honan, coloro che non trovarono la morte, furono costretti a nascondersi e molti di loro lasciarono la Cina, cosicché, il sistema di combattimento a mani nude che nel frattempo aveva trovato molti validi adepti, si diffuse altrove e dette origine a nuovi sistemi di lotta sebbene tutti avessero analoga matrice.
Soltanto all’inizio del 1800 si ebbe, ad opera dei Ching, un allentamento del regime che, pur rimanendo dittatoriale, si aprì, anche se solo parzialmente, a nuove idee.
Fu così che fu riammesso l’insegnamento delle Arti Marziali che, nel frattempo, si erano diversificate, cosicché, l’originale Kenpo Cinese cominciò ad essere conosciuto come Gung Foo (poi Kung Fu), nel sud della Cina, ma nacquero e si diffusero successivamente anche lo Shorinji Kenpo in Giappone, così come il Ju-Jitsu, dal quale, nacque il Judo e successivamente l’Aikido, il Karatedo ad Okinawa, poi diffusosi in tutto il Giappone, quando a quest’ultimo, l’isola fu annessa definitivamente, ma anche il Tae Kwon Do in Corea, il Viet Vo Dao in Vietnam, ecc.
Quello che ci riguarda particolarmente da vicino è lo Shorinji Kenpo (anche Kempo nella pronuncia occidentale per questioni fonetiche), il cui termine Shorinji non è altro che la traduzione del cinese Shaolin.
Esso nacque in Giappone alla fine della prima metà del secolo scorso, ad opera di Doshin So (1911 – 1985), caposcuola del Buddismo Kongo Zen, filosofia orientale che si basa sull’insegnamento del raggiungimento della pace interiore e dell’armonia fra corpo e spirito che uniti moltiplicano le potenzialità individuali in virtù anche di un programma composto di 600 tecniche di lotta a mani nude.
Nella metà degli anni settanta, arrivò in Italia il Maestro Kenji Oshikawa, fondatore del Kenpo Karate, in stretta relazione con lo Shorinji Kempo che annoverava in Giappone, tra i maestri che lo insegnavano, il Maestro Hiroshi Toda.
Quest’ultimo, maestro di Kenji Oshikawa, si discostò per la prima volta, da quelli che erano i rigidi canoni dello Shorinji Kempo, in cui grande importanza aveva l’aspetto meditativo e iniziò i suoi studenti ad una pratica più assidua delle tecniche di combattimento.
Quest’ultimo aspetto, affascinò particolarmente Kenji Oshikawa che, enfatizzandolo ulteriormente si dedicò ancora di più alla pratica del combattimento libero, che assumeva adesso grande importanza nella pratica del suo metodo, ma che nel contempo, si allontanava sempre maggiormente dai principi ispiratori dello Shorinji Kempo; in tal modo, questo nuovo sistema di lotta a mani nude, pur conservando molte delle principali caratteristiche tecniche dello Shorinji Kempo, non potè più continuare a chiamarsi tale e sulla scia di ulteriori stili di Karate già esistenti ai quali per molti versi lo assimilava, lo chiamò Kenpo Karate.
Fra i primi maestri di Kenpo Karate in Italia, dopo la scomparsa di Kenji Oshikawa, vi furono gli allievi diretti del fondatore,  Gianni Costa, Giuseppe Crisafulli e Bruno Capurro, ma purtroppo, per quanto si siano prodigati, non sono riusciti, per una molteplicità di motivi, a fare in modo che il Kenpo, venisse riconosciuto a carattere nazionale, da una struttura federale, come era già avvenuto in altre parti del globo, fra le quali lo stesso Giappone e gli U.S.A., alla stessa stregua di altri stili di Karate riconosciuti come “tradizionali”, come lo Shotokan prima, ad opera di Gichin Funakoshi, universalmente riconosciuto come il padre del Karate moderno e lo Shitoryu, fondato da Kenwa Mabuni, ma poco dopo anche il Wadokai ed il Gojuryu, fondati rispettivamente da Hironori Otsuka, allievo diretto di Funakoshi e Chojun Miagi, allievo diretto di Kanryo Higaonna, che era stato anche il Maestro di Mabuni, unitamente a Itotsu Anko, Maestro dello stesso Funakoshi.
E’ comunque innegabile il fatto che gli stili riconosciuti, avessero già un ottima organizzazione tecnico-didattica, attraverso la realizzazione di quaderni tecnici ben definiti ai quali facevano riferimento i praticanti, a dispetto di un disorganizzato Kenpo che possedeva un quaderno tecnico mai ben definito e comunque mancante di Kata e Kihon, che costituiscono la base di ogni stile di Karate e pertanto accadeva che, al fine di un riconoscimento federale, ai Kenpoka, occorresse presentare in sede d’esami un programma attinente ad altri stili.
Il Maestro Ignazio Bonadonna, (Ibo) caposcuola oggi del Kenpokai Karate Do in Italia, fu il primo a comprendere che per potere effettuare un deciso balzo qualitativo in avanti, bisognasse approfondire i principi sui quali si fondavano gli stili di Karate reputati tradizionali ed il loro studio mediante l’approfondimento degli stessi in ambito anche di altre Arti Marziali come Judo,  Ju-jitsu ed Aikido, che focalizzavano l’attenzione sulle tecniche di proiezione, immobilizzazione, leve e torsioni articolari.
Fu così che nel Maggio del 1992, in seguito ad una controversia nata tra i vertici di una struttura federale italiana ed i responsabili del Kenpo Karate, avvenne la rottura definitiva che indusse questi ultimi a lasciare la Federazione; tutti tranne due: i Maestri Ignazio Bonadonna e Pagano Dritto Lorenzo, i quali restarono all’interno della struttura federale, anche se con motivazioni diverse.
Il Maestro Pagano si accostò alla pratica dell’Aikido ed a tutt’oggi continua ad insegnarlo ed il Maestro Bonadonna, nel fermo intendo di proseguire nel migliore dei modi il cammino che già nella sua mente aveva intrapreso da tempo, ottenne dalla Federazione, sette mesi di tempo, per redigere un programma che fosse comparabile a quello degli altri stili e quindi ufficialmente riconosciuto. Fu così che nel Dicembre del 1992, il M° Bonadonna venne nominato Responsabile Nazionale di quello che, per distinguersi dal vecchio Kenpo, si chiamò Kenpokai, in cui i principi fondamentali del tradizionale, convivono con le caratteristiche salienti dell’antico sistema.
CONSIDERAZIONI
A ciò si arriva in seguito alla rottura dei rapporti tra i Dirigenti Federali ed i Responsabili del Kenpo Karate, del Maggio 1992. Se la stessa, infatti, poteva sembrare essere la possibilità perduta, ai fini dell’affermazione in Italia dello stile, essa rappresentò invece l’occasione per il suo riconoscimento, o per meglio dire, per il riconoscimento di un lavoro che, pur affondando le sue radici nei vecchi ma sempre validi principi tecnici e filosofici, si accostò agli altri, quale stile di Karate oggettivamente riconosciuto come tale, prima da una e successivamente da altre Federazioni Nazionali e poi anche Internazionali.
Fu infatti nel Novembre del 1995, che il Kenpokai fu per la prima volta ammesso in campo Internazionale, in occasione della Coppa del Mondo Interstile di Karate, svoltasi in Grecia ed alla quale partecipavano Rappresentative Nazionali provenienti da tutto il globo, tra le quali la fortissima Nazionale Siriana, in quell’anno Campione d’Asia di Kumite a squadre,  titolo conquistato sulla temibilissima Rappresentativa Nipponica, battuta in finale dalla Siria per 5 a 0.
Alla Manifestazione, alla quale i colori azzurri erano rappresentati dalla Rappresentativa Nazionale Italiana Kenpokai, ufficialmente invitata dalla Federazione Greca,  era presente quello che  allora ricopriva la carica di Vice-Presidente della W.U.K.O. (World Union Karate Organizzation), il Maestro O’Neil.
Proprio a cena col Maestro O’Neil, che affettuosamente soprannominò Ibo, il Maestro Ignazio Bonadonna, scherzando sulla lunghezza del nome, si discusse circa le difficoltà che incontravano gli stili non considerati tradizionali.
A fine serata, che si rivelò alquanto costruttiva, ci trovammo entrambi concordi, unitamente a quanti, Maestri ed Arbitri, erano presenti alla cena, sul fatto che il significato ed il valore di “tradizionale”, dovesse essere reso, non al nome di uno stile ma ai principi che ispirano lo stesso, che vanno ben oltre il suo nome.
A tal proposito, lo stesso O’Neil, precisò, nel fare i complimenti ad Ibo per i risultati conseguiti in gara  dai Kenpoka Italiani, che egli non aveva mai dubitato che quello che veniva proposto e dimostrato dagli stessi durante i Kata ed i Kumite, non fosse a tutti gli effetti Karate, ma che anzi, aveva avuto modo di apprezzare in modo particolare, qualche dettaglio, sinonimo di studio approfondito ed a tal fine, incoraggiò Ibo ad andare avanti nella battaglia, convinto (ed i fatti poi gli hanno dato ragione), che da lì ad un decennio, sarebbero intelligentemente cadute le barriere razziali relative agli stili di Karate, che aveva bisogno di grande incoraggiamento ed apertura mentale, al fine di favorirne l’espansione, mediante l’aggregazione e non certo la segregazione.
Quest’incontro fu determinante nella vita di Ibo, che tradusse lo stesso, in ulteriore voglia e convinzione di proseguimento, nel suo intento di far conoscere sempre maggiormente il Kenpokai, che era stato fino a quel momento promosso dagli eventi, dai risultati e dalle considerazioni concessegli grazie ad Ibo, che, fermo nel convincimento che occorresse amplificare più possibile le proprie conoscenze, allo scopo di considerare, valutare e comparare,  approfittò della circostanza accaduta nel ’92 di cui è già stata data notizia e che verrà ulteriormente più avanti ancora ricordata, per approfondire lo studio dello Shotokan col Maestro Navone e del Wadoryu col Maestro Berengario, ampliando la propria conoscenza tecnica che si era avvalsa nel frattempo dello studio protratto per un paio d’anni dello Shitoryu-Shitokai col Maestro Shakeri e del Fudokan col Maestro Ilia Jorga, Responsabile Mondiale della International Tradizional Fudokan Karatedo Renmei, sistema I.T.K.F. (International Traditional Karate Federation), con il quale il Maestro Bonadonna iniziò lo studio approfondito dei principi dello stile ed è proprio a lui, allievo diretto del Maestro Taji Kase, allievo di Funakoshi, che lo stesso  deve tantissimo e del quale lo stesso si reputa allievo.
A volere essere ancora più precisi, lo studio del Fudokan cominciò già dal 1988, in occasione dell’arrivo in Italia, per la prima volta, del Maestro Jorga, convinto a venire dal Maestro Radovan Bogojevic, suo allievo diretto, sposato e residente allora a Milazzo, in provincia di Messina.
Fin da subito, Ibo si rese conto nello studio del Karate, che ormai avveniva sotto un profilo ed un ottica diversa, che i vari stili, avevano un unico comune denominatore: i principi fondamentali su cui si basavano che, anche se più o meno rigidamente applicati, partivano dalle stesse considerazioni di carattere generale e conducevano, attraverso l’applicazione pratica delle considerazioni teoriche, all’analisi del particolare ed avevano univoche caratteristiche, quelle riconosciute dal Maestro Ignazio Bonadonna, come quelle che aveva cominciato a studiare col nonno paterno, suo omonimo, da quando nel 1971, all’età di 4 anni, intraprese con questt’ultimo, che fu il suo primo Maestro, lo studio del Karate, mentre contemporaneamente, prendeva lezioni di Judo, che studiò fino al 1992. E’ proprio al suo Maestro di Judo, Filippo Barucci, che Ibo deve quello che lui indica come “il sapere stare sul tatami”.
Era un appuntamento a dir poco importante, quello in programma nel Dicembre del 1992 ad Aqui Terme, ove dovevano incontrarsi i responsabili della Federazione ed il Maestro Bonadonna, con lo scopo di presentare un programma ufficiale completo che avesse tutte le caratteristiche idonee, al fine di essere posto al fianco dei programmi     tecnici di Karate degli altri stili e farlo, finalmente e per la prima volta in Italia, riconoscere in campo nazionale.
Sette mesi erano veramente pochi, ma una chance del genere non poteva e non doveva essere sprecata.
Per tutto il mese di Giugno, Luglio, Agosto e Settembre, dalla mattina alla sera, spesso crollando e dormendo nel Dojo, Ibo diventò un tutt’uno con lo stesso, che in quel periodo divenne suo alleato, amico  e rifugio e che, malgrado il caldo avesse potuto far riempire otri di sudore, induceva a continuare, facendo respirare al suo interno, un atmosfera magica che ormai lasciava intravedere il raggiungimento di un obiettivo e la realizzazione di un sogno.
I mesi di Ottobre e Novembre servirono ad organizzare il lavoro svolto secondo dei criteri di logica ai quali il programma era necessario che rispondesse ed alla fine, utilizzando le conoscenze marziali di cui si era fatto tesoro, ma anche seguendo i dettami della medicina e della fisica, l’obiettivo fu raggiunto, grazie allo stesso dott. Ilia Jorga, cardiologo impegnato in Germania ed esperto e grande appassionato di riflessologia ed al dott. Felice Vitulo, direttore del reparto di fisica sanitaria e radioprotezione presso il Policlinico Universitario di Messina, nonché docente universitario alla facoltà di Fisica  della stessa città ed al quale, il M° Bonadonna, fra le altre cose, gli è grandemente riconoscente per l’aiuto ricevuto durante lo studio relativo alla “dinamica delle proiezioni”.
Grazie anche all’importante contributo del dott. Sergio Oteri, psicologo ed esperto di Karate, primo allievo di Ibo e primo Kenpoka a vincere un titolo italiano. Oteri  è stato consulente di  fondamentale importanza nella formazione dei futuri Istruttori, per i quali si è reputato di estrema importanza la conoscenza ed il riferimento ai principi psicologici appropriatamente applicati all’insegnamento del  Kenpokai.
Il Maestro Bonadonna, grande appassionato di psicologia, ha puntualizzato più volte come si può anche apprendere molto dai propri allievi, ed ha portato spesso come esempio, proprio il rapporto esistente tra egli stesso e Sergio Oteri, della conoscenza del quale si è avvalso per fare in modo che l’approccio al Kenpokai, relativamente al sesso o all’età, ma anche al traguardo che si intende raggiungere, sia sempre il più appropriato, nella consapevolezza che la conoscenza, lo studio e l’approfondimento, si maturi  nella coscienza di chi, se vuole migliorare, deve convincersi di non conoscere ancora abbastanza e prodigarsi in un continuo dare-avere con chiunque, perché a chiunque si può donare qualcosa di noi stessi, senza per questo impoverirci e da chiunque si può apprendere qualcosa, arricchendoci di  più profonda coscienza e maggiore conoscenza.

E’ di Ibo la frase: La prima cosa che deve imparare, chi vuole imparare, è, imparare ad imparare; la prima cosa che deve imparare chi vuole insegnare è, imparare ad insegnare; la prima cosa che deve insegnare, chi vuole insegnare, è, insegnare ad imparare”.

 

Ibo shihan ed il suo Maestro Shihan Ilija Jorga

Tecniche di rottura

M° Jorga - M° Ibo

Ibo, ai piedi del Budda della pagoda del monaco Reverendo Moroshita